Ultimamente succede che inizio a scrivere post e poi non riesco a concluderli e li lascio in bozze. A volte succede per stanchezza, a volte perchè non so come rendere al meglio delle emozioni e a volte perchè magari è meglio se tengo per me e la mia piccola smemo o la mia piccola testa le cose che vorrei dire. Per questo post avevo ideato solo il titolo e poi mi sono bloccata perchè mi risultava difficile scrivere determinate sensazioni e determinate emozioni. Mi risulta difficile scrivere di me e delle mie sensazioni personali, quelle più intime per intenderci. ll blocco ha fatto sì che salvato rimanesse solo il titolo, che altro non è la distanza, secondo google maps, tra Cagliari e Roma. Volevo parlare di una distanza in particolare ora lo uso per fare un discorso un po’ più generale.
Prima ho letto su Twitter , un suo cinguettio in cui parlava dell’odio per la distanza e ho iniziato a riflettere. Cavoli, ultimamente provo anche io questa specie di odio e mi piacerebbe tanto potermi teletrasportare oppure orbitare come fanno le sorelle Halliwell in Streghe in qualsiasi punto del pianeta. Pochi secondi e sei nel luogo dove vuoi essere in compagnia di chi vuoi tu, a ridere, scherzare, andare al mare, bere una birra, tirare uno schiaffo, ecc ecc. Ovviamente c’è un diverso tipo di distanza per ogni situazione. Da fuorisede, innanzitutto, devi affrontare la distanza dalla tua casa, dai tuoi genitori e dal tuo paesino. Beh… a parte in alcuni momenti, come ad esempio i giorni dei compleanni (come ieri e domani), in cui la mancanza di casa si sente, ormai sono abituata a stare lontana da quel paesino in cui non vedo nessun futuro per me e che ora come ora mi sta stretto. Può capitare che io non senta i miei genitori per giorni e che passino mesi prima di tornare di nuovo giu [non torno a casa dal 26 marzo e, salvo imprevisti, credo che rimarrò qua fino a fine luglio]. Nonostante i brevi momenti, però, questa è la distanza che sento di meno.
Poi ci sono quelle relazioni che convivono sin dalla loro origine con la distanza. Magari amicizie iniziate durante un’estate salentina e poi portate avanti a colpi di lettere, cartoline, telefonate, sms, mail, visite e silenzi. Ogni tanto mi ritrovo a pensare cosa potrebbe succedere se quella persona fosse qua con me: lo pensavo durante gli anni del liceo e lo penso anche ora che sono cresciuta un po’. Alla fine, in un modo o nell’altro, riusciamo a condividere i momenti più importanti delle nostre vite e anche quelli un po’ scemetti ma così tanto divertenti. E ogni volta re-incontrarsi, che sia in una stazione o in una stradina del mare, diventa sempre più emozionante. Nulla è cambiato e ci sono valanghe di cose da raccontare, valanghe di cose da ascoltare. Ogni tanto mi ritrovo a pensare che, forse, se sono a Roma è perchè quell’amicizia lì ha messo il suo zampino. C’è anche la distanza a cui ci si deve abituare: di punto in bianco devo abituarmi all’assenza di persone che fanno fisicamente parte della mia vita quotidiana, che sono a portata di mano ogniqualvolta che ne ho voglia o bisogno di sentire, vedere, ascoltare, e che basta una telefonata o un sms per incontrarsi al volo. Accade però poi qualche evento che mi porta queste persone lontano: dall’altra parte del Tirreno o dall’altra parte dell’oceano. Così di punto in bianco manca la quotidianità e devi riabituarti al tutto e a riuscire a sfruttare quei momenti liberi per aggiornarle su sbagli, emozioni e sensazioni. Tra qualche mese, dovrò rifare la stessa cosa e sarà un po’ strano in aula girarmi verso il banco vicino e non avere pec lì con la sua faccia assonnata che si avvicina ad ascoltare, che mi cazzia per il ritardo o mi accusa di essere in uno stato comatoso. Sarà anche strano non avere quei sorrisi quando ci raggiunge il suo amore col suo imbarazzo. Vabbè sei mesi passano in fretta no?
Infine, c’è la distanza connessa al mondo virtuale. Il web accorcerà sì tutte le distanze e creerà un villaggio globale, ma arriva il momento in cui sento il bisogno di fisicità. No, non sto parlando di nulla vietato ai minori di 18 anni. Mi spiego meglio. Delle volte, negli spazi virtuali, almeno nel mio caso, si creano delle affinità e delle sintonie: senza alcuna particolare ragione credo, con alcune persone ci si prende subito. Passa il tempo, ci si legge, ci si sente e a poco a poco quelle persone non appartengono più allo spazio virtuale ed entrano nella tua vita reale. Non sono virtuali i sentimenti che maturano nei loro confronti, così come non sono virtuali le sensazioni che suscitano. Piano piano entrano nella mia vita ed aumenta sempre di più la voglia di incontrare, la voglia di un abbraccio che non sia solo immaginato, la voglia di vedere un sorriso reale e non semplicemente un duepunti e una parentesi tonda sullo schermo di un pc o di un telefono. Tutte queste voglie però vengono frenate da difficoltà di carattere oggettivo e pratico. Beh in questo caso, la distanza fa la voce grossa ricordando le complessità a lei connesse e lasciando una sorta di senso di impotenza. Vince solo la battaglia però; per la guerra è ancora tutto aperto.
E la distanza non potrà mai privarmi di tutte quelle piccole cose che mi rallegrano la giornata e mi fanno sorridere e stare bene: il cellulare che vibra nel cuore della notte per darmi la buonanotte; i tivogliobene detti, urlati e camuffati; gli sms coi candelotti su cui soffiare il giorno del mio compleanno, con la spiegazione della paranza, con le richieste particolari (ma da quanto non vedo Paolo Fox?), con le parole inventate e i giochi di parola, con le canzoni storpiate, con le dichiarazioni di sonno condivise nel corso della giornata, con le corse, con il racconto istantaneo di plateali e spettacolari voli in una piazza romana, con le discussioni che fortunatamente si risolvono ma che lì per lì mettono solo tristezza (e rabbia per la distanza che rende la comunicazione in qualche modo difficile), con gli autobus da controllare, coi badabum badabum badabum chacha, dichiarazioni al limite del pudore su giulianosangiorgi o altrivariedeventuali, con raccomandazioni sul comportamento da avere alla guida, con “scusa sono in ritardo”, con parole che ti coccolano durante la giornata, con nomignoli buffi; le emozioni di una casa che sta prendendo forma; la gioia di vederle felici coi loro rispettivi amore; il ritmo della pizzica (o della taranta che dir si voglia) che ci scorre nelle vene e ci fa ballare al centro della piazza; lo stupore per un “ti trovo cambiata…più donna” (già peccato che continui a comportarmi come una ragazzina); tantissime altre sensazioni ed emozioni che mi accompagnano nella mia vita e nelle mie giornate e che aiutano ad essere quello che sono…nel bene o nel male.
Non posso capire quello che hai scritto.. Purtroppo vivo e lavoro nell’arco di 50km da casa mia, e mi allontano di rado da questo “recinto”.
Da una parte sono contento della vicinanza alle persone a cui tengo, dall’altra invidio tutti quelli che vanno a studiare in altre città, o gli amici che sono in Erasmus, o che si sono trasferiti all’estero con apparente semplicità.
Però mi è piaciuto leggere i tuoi pensieri così diversi dai miei
Cosi sembra che io a lezione dormo sempre…..cmq, si, passano in fretta sei mesi..ma speriamo che siano lunghi e intensi….
@Oskar NRK: che dire? beato te. No vabbè..per me è sempre stato naturale avere queste amicizie a distanza. Anzi, durante il periodo de liceo la mia unica confidente abitava a troppi kilometri lontano da me. Ora sono riuscita a diminuire i kilometri anche per le confidenze.
@pec: Nono..tu a lezione non dormi sempre..mangi anche
e fai le esercitazioni di sopravvivenza agli attacchi aerei