…con il mio miglior vestito

Non si dice Voglio, si dice Vorrei. E’ da quando siam piccoli che continuano a ripetercelo. La cortesia. Le buone maniere. La buon’educazione.
Il condizionale al posto del presente. Il condizionale meglio del presente. Pensandoci, Vorrei suona meglio di Voglio. Il suo suono è più dolce, meno duro, più armonioso.
Dopo una vita passata a sussurrare (a malapena) i propri condizionali, per non disturbare, per indole, per non rendere percettibile la propria presenza, per non arrecare fastidi agli altri, arriva il momento in cui il vorrei non basta più e potente arriva la forza del Voglio. Anche se è da irrazionali, da incoscienti ed anche un po’ da masochisti. Non è un capriccio, no. E’ qualcosa di più forte che hai dentro, difficile da spiegare, difficile da capire. Non è un capriccio. In genere, mi adatto facilmente a ciò che ho intorno, a ciò che accade. In questo caso, invece, no. Zero voglia di adattarmi, zero voglia di accontentarmi. O quello o niente. Faccio senza, altrimenti. Cosa vuoi che sia? Solo un (altro) vuoto da azzittire; meglio quello piuttosto che riempirlo con un surrogato. Sopravvivo e non vivo? Chi lo sa? Magari sì, magari no. Per ora so solo una cosa: io voglio.
Voglio vivere nel sole con il mio miglior vestito*

...con il miglior vestito

*Afterhours – La sinfonia dei topi
Sì, sono cocciuta. Tanto.

Bonjour, tristesse

Una notte insonne, con i Negrita nella testa che continuano a ripetere stai tranquilla, non è niente. Il magone dopo giornate tranquille. La consapevolezza nell’affermare di sapere da cosa dipenda la propria tristezza, ovvero dal fatto che ciò che si vorrebbe non coincide con quello che (non) si ha. E non poterci fare nulla, se non rimboccarsi il piumone e provare a dormire, mentre fuori si iniziano a sentire i primi cinguetti.

E il vuoto non disarma i rimpianti che so

Vorrei…vorrei essere rimasto. Davvero.
[Eternal sunshine of the spotless mind]

Qualcosa che avevo rimosso, ecco cos’era. Uno di quei ricordi che non sai di aver conservato e che basta un niente per far riaffiorare, all’improvviso, da chissà dove. È bastata la scritta in sovrimpressione durante uno speciale sul cantantediCorreggio – Stadio Olimpico, luglio 2002 – per farmi venire in mente che, quel giorno lì, in biglietteria c’erano due biglietti a mio nome che aspettavano solo di essere ritirati. Li avevo vinti, io che di solito non vincevo (e non vinco) mai niente, o quasi. Li avevo vinti mandando un coupon alla rivista musicale, che compravo ogni mese perché mi piaceva e perché ogni tanto aveva dei cd con della bella musica. Con la convinzione che tanto figurati se tocca proprio a me, avevo spedito la busta col coupon, dimenticando, però, che io con quella rivista lì avevo già vinto altre due volte (un altro concerto – a cui andai – e una felpa XXL del gruppo che, imparando dal vento, ha tentato di descrivere l’attimo). O il mio fondoschiena aveva delle dimensioni enormi – e sì, le aveva/ha ma in genere non con questi poteri così benevoli – o ero l’unica a partecipare a quei concorsi.
In una calda giornata di luglio – a luglio non può non far caldo -, quei due biglietti mi aspettavano in biglietteria e … boh, poi non so in che mani siano finiti e chi ha urlato contro il cielo, godendosi il concerto al posto mio. Io non li presi e il primo concerto di quelcantantelì lo vidi sempre all’Olimpico, sempre a luglio, ma ben quattro anni dopo. Non avevo partecipato al concorso tanto per partecipare, a quel concerto avrei voluto andarci ma, intrappolata come al solito nella mia gabbia di cosechevorreimanonfaccionullaper, condizionali, non voler disturbar, paure e menate varie ed eventuali, ho lasciato che quei biglietti andassero incontro ad un altro destino. E quel concerto lì non è altro che uno dei tanti rimpianti che quella gabbia lì, quella gabbia che altro non è che il mio (strano) modo di essere, ha creato.
Arriva il momento in cui quella gabbia diventa talmente opprimente da non riuscire a sopportarla più e ti rendi conto che è arrivato il momento di scalfirla, anche se non è facile. Ora, non mi fanno più paura le città che non conosco; bastano una mappa o qualche informazione di base e un po’ di attenzione e le città sconosciute possono diventare amiche – continuo a perdermi solo nel mio paesino pugliese (ogni tanto) ma credo di sapere il motivo. Ora, cerco di non lasciarmi abbindolare dal condizionale e di ragionare al presente. Se è veramente qualcosa che voglio o se reputo che ne vale veramente la pena, cerco di far in modo che le cose accadano e di non aspettare inerme che mi investano. Cerco perché sinora, a parte il sogno parigino realizzato col groppo in gola e il sorriso sulle labbra, non è che i risultati ottenuti siano stati ‘sto granché; anzi son stati del tutto inutili, direi. Cerco perché arriva il momento in cui la scatola in cui conservare i rimpianti straripa e non c’è più posto; non c’è più spazio per altri vorrei essere rimasto…davvero. Non più. Anche perché non tutti i rimpianti son biglietti per il concerto di un cantante che è sempre in giro col suo tour e che puoi facilmente ricomprare. Ci sono occasioni che non tornano più e, nella realtà, non esiste nessun professor Zapotek che, con la sua macchina del tempo, ti riporta indietro nel tempo per recuperare agli errori commessi o alle azioni pensate ma non agite. Nessun biglietto da ricomprare, nessuna macchina del tempo, nessuna toppa da mettere agli errori commessi; soltanto gli errori e le loro conseguenze, i rimpianti, il magone costante e il peso per le cosechenon e lecosecheboh con cui imparare a convivere. Rimane soltanto il vuoto che non è neanche in grado di disarmare i rimpianti che so*.

È solo febbre

27 gennaio 2012

Il Pont d’Alma. La fermata del metrò sbagliata, Alma Marceau, al di là della Senna. La linea 9, di quel verdognolo brutto. La calca nel vagone, la gente che si ammassa, il caldo che diventa opprimente, i nonocelafaccio non tanto convinti, le stazioni che procedono lente. Il sudore freddo, la voglia di scappare, l’aria che manca, uno sguardo e non arrivare neanche a sentire la fine di Vuoi che scendiamo? che già la mano è sulla maniglia della porta di quel vecchio vagone color verdepetrolio per aprirla di scatto e raggiungere la banchina. Miromesnil. Salva. O quasi, direi. Cos’hai fatto il giorno in cui hai compiuto trent’anni? Ho vomitato in un’anonima stazione del metrò parigino, mandando all’aria ogni piano per la serata e ritrovandomi alle otto di sera, già a letto, pronta per dormire. Entusiasmante, direi. Però – aggiungerei – ero a Parigi e tutto il resto non conta.

27 aprile 2012

Ancora un venerdì. Sempre il giorno successivo ad una notte insonne, dovuta, però, non alla frenesia della partenza ed alle preoccupazioni per scioperivariedeventuali. Un vecchio vagone della metro B. La gente ammassata. L’afa e il caldo appiccicaticcio che ti si attacca addosso e ti fa sentire sporca. La metro ferma in una stazione qualsiasi tra Cavour e Bologna; prima o poi la smetto di non far caso alle fermate, prima o poi. Manca il macchinista, dicono stupiti gli altri passeggeri. Accorgersi della data, accorgersi della coincidenza. Trent’anni e tre mesi; cos’è cambiato? Nulla. Combattere con gli occhi lucidi dal momento del risveglio, trattenere, sempre trattenere ché non ci sono occhiali da sole pronti a nascondere. Il pensiero fisso, la razionalità che fa fatica. Il magone. Saperlo è un conto, ma continuare ad avere costante conferme non aiuta per niente. Il trucco sfatto, la matita nera ha perso il suo tratto lineare ed è spalmata un po’ ovunque. Tornare a casa, buttarsi sul letto. L’esplosione delle lacrime. Non aver voglia di nulla. Come non ce l’hai? C’hai una faccia che sembra che t’è passato sopra un trattore e non hai la febbre?. 37.2. Non è febbre. È solo febbre, diciamo così.

Tre mesi. Parigi o Roma? Domanda inutile. Risposta scontata, anche se entrambe non hanno il mare. Anche perché il vomito sì non puoi trattenerlo ma, dopo, ti senti libera, ti senti più leggera. Stai bene, per farla breve. Le lacrime, invece, puoi anche trattenerle – e prima o poi escono pure loro – ma dopo ti senti pure peggio. Oltre che *******.

È solo febbre.

Di fini e di finestre

L’amore è quando mancano due giorni alla fine delle vacanze e tu sei triste come una canzone sempre uguale perché vai a casa perché comincia la scuola perché non vedrai più la bambina alla finestra nella casa di fronte alla tua la sera, non saprai mai come si chiama lei.
[Aldo Nove – Amore mio infinito]

Le giornate hanno ormai iniziato ad accorciarsi e ci ritroviamo a percorrere lo stradone verso casa mentre tutto intorno è già scuro. La spiaggia diventa, giorno dopo giorno, sempre più deserta e, contemporaneamente, sempre più nostra. Nel banco-frigo del baretto vicino casa, i gelati iniziano a scarseggiare e, se ti dice bene, c’è ancora un granulato all’amarena che ti salva dall’irriducibile ghiacciolo al limone. I treni han cominciato a partire così come le macchine stracolme di valigie e  di promesse, quei cisentiamo che -lo sai – solo in poche e rarissime eccezioni si tramuteranno in lettere, mail o sms pieni di pezzi di vita e di pensieri a briglia sciolta. I tormentoni estivi si son ormai trasferiti in pianta stabile nella nostra testa, pronti a riaffiorare nei freddi pomeriggi invernali o quando meno te l’aspetti. EagleEye ha chiesto migliaia di volte alla sua donna di chiudere le tende e migliaia di ciocchi di legna han preso fuoco per mostrarle il suo amore per lei; Raf ci ha ripetuto allo stremo che l’amore non è razionalità e i B-Nario, accompagnati da Dj Bobo che avrà perso la voce a furia di urlare per richiamare a sè il suo chihuahua, hanno sceso il cane a pisciare così tante volte da allagare le strade milanesi. I popopo, gli undostres, i solecuoreamore e gli asérjès-qualcosa vari hanno avuto tutto il tempo per insinuarsi nelle nostre menti per non uscirne mai più (neanche quando crediamo di essercene liberati). E, nonostante gli insistenti vorrei potesse non finire mai strillati dai Negramaro, la fine dell’estate è giunta, portando con sè i suoi temporali improvvisi ed il tipico profumo di asfalto bagnato; quel profumo da fine estate che riconoscerai sempre e ovunque e ti farà pensare al tuo mare ogni volta che lo sentirai, anche nel traffico caotico di quella città a centinaia di chilometri lontana dalle sue acque.
Autunno, inverno, primavera. Il naturale susseguirsi delle stagioni ha ripreso il suo corso per tutti, tranne che per te, imprigionata come ti senti in questa fine d’estate, con lo sguardo fisso su quella finestra, di cui ormai conosci ogni singola venatura e ogni singolo millimetro. Non senti le voci di chi ti invita a seguire il corso delle stagioni, a liberarti di questi ultimi giorni d’’estate ed a vivere il presente, ché, tutto sommato, ci son gioie nascoste anche tra i colori caldi dell’autunno, tra le temperature rigide dell’inverno e nella tanto temuta primavera. Non le senti e non riesci a far altro che rimanere imprigionata in questa fine d’estate,  intenta come sei a fissare quella finestra lasciata vuota da qualcuno che, nel frattempo, è andato ad occupare una finestra diversa, lontano da qui, diventando l’oggetto dello sguardo di qualcun altro.