“Eri seduta vero?”

Sono ormai passati tre anni da quello strano pomeriggio di giugno quando, durante una lunga telefonata fatta di ricordi, futuro e risate, mi hai detto con molta nonchalance, come se mi stessi parlando del nuovo taglio di capelli, Mi ha chiesto di sposarlo. E sì, io ero seduta, sì; strano a dirlo ma non sono neanche caduta dalla sedia. Sorridevo, non facevo altro. Non avevo altre parole. Mi spiaceva solo non essere lì ad abbracciarti, dovermi accontentare delle parole come tante altre volte e, lo sai, con le parole (così come con gli abbracci) non sono mai stata brava. Ero contenta, lo ero sul serio, così come lo ero quando, ridendo, sono sbucata da dietro le macchine quel giorno fatto di sorprese, amicizia e caipirinha. Ero contenta e ancora adesso sorrido pensando a quel pomeriggio.
Eravamo lì un anno fa, nella notte prima del grandegiorno, nel tinello di casa tua, a spettegolare, a vedere le foto del fine settimana caipirinhoso e ad andare a dormire per arrivare belle riposate, con Speedy a farci da guardia. Niente notti insonni e la mattina dopo tutto pareva tranquillo e rilassato. Ma come – pensavo– nei film ci fanno vedere sempre spose agitate, ansiose, in escandescenza. I film mentono, o quasi. Anche perché poi l’ansia è arrivata e, ora te lo posso dire, mentre gonfiavo e appendevo i palloncini fuori e vedevo quelle nuvole grigie, dicendoti “Vedrai che il sole arriva”, non ero tanto convinta che il tempo sarebbe migliorato. E, invece, puntuale alle tre è arrivato il sole e tutto è andato bene, così come avevate previsto. E io ero lì, contenta di esserci e cercando di evitare di guardare le altre per non rovinare il trucco. Il Bellini al posto della caipirinha, un cerchio, i bicchieri in alto, A Bajardo!* e poi, pronti, partenza, via a dare forma a quella giornata tanto attesa. E ho tante piccole immagini di quella giornata che si sommano alle fotografie che ho fatto stampare per avere un ricordo di carta, un ricordo reale. I palloncini nel cofano e le sveglie che suonano prima del previsto. L’entrata in chiesa con gli occhi lucidi e il ripetermi “nonguardarenonguardarenongirarti”.  La musica protagonista anche nell’omelia e la voce di Livia, che aggiunge del negramaro alla cerimonia. Il riso, le strane scritte sull’asfalto e la macchina addobbata per bene. Il mio orecchino che inizia a cadere nei luoghi più disparati per poi perdersi definitivamente in un parcheggio dell’esselunga [credo] il giorno dopo e le ricerche che mi mettono in imbarazzo con dialoghi veloci che ho tentato di evitare per tutta la giornata (riuscendoci o quasi). Il vostro vicino che vuole aiutarci ad architettare gli scherzi, il finto topo, i piatti e la chiave nascosta. Il vino rosso, il povero degregori storpiato [“Non ho mai sentito una canzone cantata così male come avete fatto voi ieri sera” – c’ha detto sconsolato tuo padre il giorno dopo], i cerchietti, Per gli sposi hiphiphurrà, le mie presentazioni a voce bassa (meno male che c’era la doppia voce) e il balletto preparato ad arte. Il termometro dell’amore, quegli strani regali e i piedi che non riescono più a stare nelle scarpe per il troppo ballare e la stanchezza. Il lancio del bouquet e i tentativi falliti di nascondersi. Tornare a casa coi tuoi e, non credo di avertelo mai detto, ma m’ha fatto strano dormire nel tuo letto quella sera. Ero sola a casa tua, in quella stanza dove credo di aver fatto uno dei voli da imbranata più spettacolari della mia vita, una sera di sette anni fa quando, forse è il caso di dirlo, è iniziato tutto o quasi. Le coincidenze della vita, direi.
Ora attendo la prossima telefonata che inizierà con “sei seduta vero?”. Però, per favore, assicurati che io sia realmente seduta e che non abbia mobili con spigoli nei paraggi che potrei urtare svenendo. E, soprattutto, non dirmelo con la stessa nonchalance. Grazie.

*perché era a Bajardo che abbiam brindato, vero?

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