Places&rewind

Ho un grande difetto: ricordo; non solo avvenimenti, parole o compleanni.  Ricordo tutto, soprattutto i dettagli più insignificanti. Ultimamente ho scoperto che il mio cervello conserva un enorme album fotografico di immagini molto vivide.  I ricordi si affollano nella mia testa sotto forma di fotografie che non ho scattato e si presentano nel mio presente così, all’improvviso, senza che nessuno li abbia interpellati, senza che nessuno li avesse ricercati. Così capita che, mentre sono in altre faccende affaccendata, mi baleni in testa uno sguardo, proprio quello sguardo lì ricevuto quel giorno lì, ecc  ecc e lo fa con un’intensità che non so spiegare appieno.
Ricordo troppo, è questo il mio problema. E non accade solo con le immagini o con le parole, succede anche coi luoghi. Ahimè i luoghi sono una fucina di ricordi peggio che il il mordere un pezzo di madeleine. Ultimamente i luoghi paiono volermi offrire violentemente i momenti passati di cui inconsapevolmente custodiscono il ricordo;  ed è strana l’intensità che a volte raggiungono in questo loro tentativo.
E’ capitato per la prima volta a fine estate. Col naso all’insù e il passo lento, vagavo per le vie della barocca città quando all’improvviso son stata catapultata nel passato, come se un regista ignoto utilizzasse dei flashback, alternandoli al normale flusso delle immagini del presente. Entrare in una cabina per fare delle fototessere e ricordare quella sera di quasi dieci anni fa quando, in quello stesso posto, non ero sola ma con altre tre persone; ricordare all’improvviso il prima e il dopo quel momento, chi era con me e quelle due fototessere conservate nel mio portafogli a lungo, sino al momento in cui le ho infilate nel cassettone contengotuttoenonscoppiomaèmegliosenonmiapri. Sentire quella voce che, mentre sto per calpestare distrattamente la lupa al centro della piazza del santo, mi urla “no, attenta! Non calpestarla, altrimenti non ti laurei” (e in effetti, …). Entrare in piazza Duomo coi lucciconi agli occhi, vederla nella sua bellezza liberata dopo anni dalle impalcature e ricordarsi quella sera di giugno-luglio quando giocavamo coi faretti posizionati intorno alla piazza; pensare anche che, ovunque andrò, un pezzo del mio cuore rimarrà sempre lì, a far compagnia a quella pietra dalle tinte chiare. Ed ancora, il negozio all’angolo, la pucceria dall’insegna arancione, la gelateria degli angeli e tante immagini, compresa quella di quella stanza enorme che è stato il mio rifugio (un po’spoglio) di quei due anni. Ritrovarsi a fare la turista nella città che dieci anni prima è stata la mia città, con la malinconia addosso e con un mezzo sorriso sulle labbra. Pensare che, per volontà mia o del tempo che passa o dell’inevitabile perdersi per colpa delle scelte che si fanno, non ho quasi più nessun rapporto coi protagonisti di quei ricordi.
La seconda volta è capitato qui, nella città eterna. Passeggiare tra le strade di Trastevere e, così com’era accaduto due settimane prima, sentirsi leggermente pugnalare lo stomaco da ricordi che non credevo di aver conservato ma che inesorabili son venuti allo scoperto. Ogni singolo angolo della strada che percorrevo pareva conservare ricordi di quelle giornate di qualche anno fa, giornate che si mischiavano tra loro senza alcun senso logico. Ricordare parole, passi, scatti, persone. Le prime foto con una nuova compattina; un ritardo, la giacca per la discussione di laurea nella busta ed il film perso, film che poi non ho più visto.  Roma coi suoi pezzi di storia collocati ovunque; le parole ed i consigli sul lasciar perdere. Addentrarsi nel ghetto; pensare che “non c’ero mai stata, prima di quella domenica lì”; esclamare “uh guarda, qui ho scattato la foto con l’ombrello colorato” in un sabato indeciso tra pioggia e sole, anche se non so se era proprio il punto esatto, se erano proprio quei sampietrini. Passare sotto un arco, trovarlo familiare e ricollegarlo solo qualche secondo dopo all’esercitazione sull’esposizione fatta per il laboratorio fotografico. Non solo Trastevere, il ghetto, ma anche Roma sud col Gasometro che spicca all’orizzonte, i fiori sugli alberi ad indicare gli inizi della primavera, il dopolavoroferroviario e pezzi di conversazione difficili da ricostruire. Piccole pugnalate alternate a sorrisi; persone, giornate, situazioni che si mischiavano tra loro e si affollavano nella mia mente, mentre cercavo di passare una serata tra amici. E pensare che, qualche mese fa, non aveva avuto lo stesso effetto: quei luoghi non mi avevano attorcigliato lo stomaco in quello stesso modo.
Non so cosa sia accaduto alla mia memoria, perché abbia deciso di molestarmi in questo modo. Spero solo che non lo faccia anche col portone della sede di Forza nuova vicino casa, anche se ricordo quella volta in cui…occavolo!
I luoghi, a volte, possono far male, anche se non è loro intenzione.

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