…je ne cherche qu’un sourire.

L’aveva vista tornando a casa. Era lì, una busta bianca nella casetta della posta. L’aveva presa e, leggendo il nome del mittente, non poteva credere ai suoi occhi. Non pensava che sarebbe arrivata; non immaginava che le sue parole scritte di getto e di pancia, qualche giorno prima, avrebbero potuto avere una risposta. Era il silenzio quello che si aspettava. E, invece, si ritrovava con quella busta bianca in mano e una fottuta paura di aprirla per leggere le parole che custodiva. Le mancava il coraggio, la forza; li aveva usati tutti  per scrivere e imbucare le sue parole per quel destinatario, che ora aveva risposto. Nel tentativo di placare l’ansia, prese la busta e la mise nel cassetto della scrivania; l’avrebbe aperta soltanto quando sarebbe stata pronta.
Dopo qualche ora, prese la lettera e se ne andò in spiaggia. Solo il mare avrebbe potuto placarla, solo lui sarebbe stato in grado di calmare le sue ansie e di darle la forza necessaria per affrontare quelle parole. Lì, seduta a gambe incrociate sulla spiaggia, continuava a girare e rigirare la lettera tra le dita. Pensava a quel cantante che, qualche mese prima, le urlava in faccia Amale dire certe domande che forse era meglio non farsi mai* e continuava istericamente a ridere. Avrebbe voluto mandarlo a quel paese; ora aveva le risposte ma non aveva la forza di leggerle, altro che amale dire.
Non poteva rimandare ancora, doveva leggerle. Fece un respiro profondo, aprì la busta e in apnea lesse velocemente quelle parole; come quando, per togliere un cerotto, lo si tira via tutta una volta per attenuare il dolore derivante dallo strappo. Arrivata alla fine, riprese a respirare e, aiutata dal rumore del mare, rilesse di nuovo; questa volta, però, facendolo con calma e lentamente. In testa le rimbombava il suono della voce di chi aveva scritto quelle parole e gliele rileggeva con la sua cadenza non proprio marcata ma comunque rivelatrice. Gli incisi, gli avverbi, le parentesi, le virgolette e quelle parole che lentamente sentiva risuonare nella sua testa e che riuscivano ad arrivare dritte al suo stomaco. Il mare era lì per tranquillizzarla col ritmo cadenzato delle sue onde, ma era come se non ci fosse. Esistevano solo quelle parole.
Prese il foglio, lo piegò, lo rimise nella busta e la chiuse. Non l’avrebbe buttata, no, non ce l’avrebbe fatta, ma l’avrebbe conservata in un posto da dove non sarebbe potuta comparire all’improvviso alla sua vista; l’avrebbe messa lì,  tra gli scaffali più nascosti della libreria, in uno di quei libri con un finale che non le era piaciuto.
E, mentre andava via, le riecheggiava nella testa la frase pronunciata da uno dei personaggi di fantasia che le avevano fatto compagnia qualche mese prima. Ma non sempre ci si batte con la speranza del successo. No, no, è anche più bello battersi quando si sa che è inutile – diceva Cirano.

*Capita che dopo anni di ascolto ci si accorga che in realtà il vero testo della canzone  è A maledire certe domande che forse era meglio non farsi mai.  Il significato viene stravolto ma lei era lo stesso contenta così. Non sapeva se ne fosse valsa pena – non chiedetelo al suo stomaco, però – ma sapeva soltanto che era quello che si sentiva di fare, evitando di avere ulteriori rimpianti oltre a quelli che aveva già. Anche se, ora come ora, sentiva solo il bisogno del mare.

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