Come quella volta che l’Italia incontrò Pak Doo-Ik

– Sei felice tu?
– Ma tu mi stai prendendo per il culo?
[Tutti giù per terra, 1997]

“Non pensarci”. Due parole. Due semplici parole. Un avverbio ed un verbo, niente più. Soltanto due parole. Quante volte me le son sentita dire nelle ultime settimane? Infinite. Quante volte le ho ripetute come un mantra nelle ultime settimane? Infinite. Eppure non serve a niente ascoltarle, dirle, immagazzinarle. Scivolano via nel momento stesso in cui vengono pronunciate. Non le assorbo, non diventano mie. E’ difficile farlo, o meglio non farlo. E’ difficile non pensarci. E’ qualcosa di irrazionale, difficile da controllare, altrimenti sarebbe tutto molto più semplice, non credi? Se sapessi dove si trova l’interruttore per interrompere il flusso di pensieri e per chiuderli a chiave in un enorme baule (di quelli che prendono polvere in soffitta), l’avrei già premuto. E invece no, non è così che funziona. Rimane un’unica soluzione: distrarsi, cercare di mandare il cervello in confusione, riempiendolo di cose da fare, di libri da tradurre, di pagine da leggere, di frasi da formulare e di scaldabagni rotti a cui pensare. E la distrazione, assieme ai tentativi di nascondere qualsiasi parola che possa far male ed all’eliminazione momentanea di intere discografie dai sottofondi musicali delle mie giornate, funziona…solo in parte, però.
Perché, in realtà, non leggere, non vedere, non ricordare e non ascoltare non equivalgono a non pensarci. Come faccio a non pensarci se tutto ciò a cui non devo pensare è costantemente e contemporaneamente  un peso ed un vuoto all’altezza dello stomaco? 
Posso solo non ascoltare, non fare caso a questa presenza; un po’ come faccio quando mia sorella si lamenta per il disordine nella stanza o come quando mia mamma inizia uno dei suoi pipponi al telefono. E sembra anche che io me la cavi abbastanza bene sin quando non arrivano quei momenti in cui mi si spezza il fiato; quei momenti in cui mi rimbalzano in testa quelle parole, quelle frasi dal significato così sfuggente e quelle immagini ripescate inspiegabilmente dai cassetti della memoria. Momenti che, fortunatamente, durano pochi istanti, poi riprendo  a respirare, o almeno ci provo. Fino a quando una voce lontana, che son abituata ad ascoltare davanti ad una bottiglia di vino rosso e non dall’altra parte del telefono, mi chiede come sto e, all’improvviso, gli occhi si inumidiscono, le parole si bloccano in gola, tutto l’inascoltabile fa sentire la sua voce e il silenzio arriva dritto lì dove deve arrivare, a centinaia di chilometri di distanza. E’ solo un istante ma pare durare secoli. Poi la risposta a quella domanda esce, assieme a tutte le altre parole azzittite nel tentativo di non pensarci. E no, altro che non pensarci, ci penso, eccome…
Come sto? Non so, non ho ancora capito se mi sento come l’Italia ai Mondiali del 1958 o ai Mondiali del 1966. Devo solo capire come riprendermi dall’incontro con la mia Corea Del Nord e dal gol segnato al 42simo del primo tempo dal mio personale Pal Doo-iK.
Devo solo smettere di dar voce allo stomaco, non dar retta alle coincidenze, azzittire la memoria e ritrovare quelle parole che sembrano scomparse e di cui, per ora, non ho voglia.

Lascia un commento

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

  • Scrivimi!

    Dubbi? Insulti? Lamentele? Curiosità? Segnalazioni. Scrivi qui: snuggleandsmiles[at]gmail.com
  • Nelle precedenti puntate

  • Categorie

  • Più votati

  • 123

    ViviStats
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: