Nient’altro che undici caratteri

Il numeretto dice più di ottanta ma, in realtà, nella sezione “Bozze” di Gmail non ho altro che mail vuote con su scritto “(nessun oggetto)”. Sono vuote, dovute più che altro al salvataggio automatico delle bozze ed alla distrazione, che mi fa cliccare su “scrivi” e poi dimenticare lì la pagina bianca, mentre nel frattempo scrivo la mail che devo mandare in un’altra tab.
Mi capita raramente di non inviare ciò che scrivo, raramente; anche quando ciò che scrivo è più dettato dai cinque secondi di irrazionalità o di incazzatura tremenda che mi colgono ogni tanto, anche quando sarebbe stato meglio non farlo. Sms, interventi in chat, mail, post, lettere nel senso tradizionale del termine. Ho sempre inviato tutto. E’ come se, una volta che i pensieri hanno preso forma su un foglio bianco o sullo schermo di un qualsiasi dispositivo, mi sentissi obbligata a recapitarli al potenziale destinatario, senza preoccuparmi in alcun modo delle conseguenze. Anche perché, tranne i casi di immediata irrazionalità, di solito quelle parole son state covate per un tempo sufficientemente lungo nella mia testa e, dopo un po’, sentono la necessità di uscire e farsi leggere.
Da qualche giorno, ho pensato ad una mail. Niente di articolato. Niente di elaborato. Solo undici caratteri, spazi esclusi, seguiti da una virgola e dagli otto caratteri del mio nome. Due parole, undici caratteri. Solo undici caratteri, anche perché ho ormai detto tutte le parole che dovevo dire e anche quelle che non avrei dovuto.
Che saranno mai undici caratteri? Nient’altro che undici caratteri, penserete. E invece sono pieni di dubbi e incertezze, di indecisioni e di nodi, che ho cercato di sbrigliare parlando con voci amiche – sì, perché io alle voci amiche chiedo consiglio tanto poi faccio come dico io (o meglio, come gira al mio stomaco). Solo che i nodi si son stretti ancora di più, dovendo barcamenarmi tra un “Non ci provare nemmeno, altrimenti ti stacco l’internette e tutto il resto” a un “se vuoi farlo, fallo e non ascoltare nessuno; in questi casi non c’è mai la cosa giusta da fare” e varie ed eventuali sfumature di queste due posizioni.
Alla fine, indecisa tra quello che è meglio fare e quello che vorrei fare, ho deciso di evitare che quella mail pensata prendesse forma nella pagina bianca del browser, anche perché poi so come fa a finire se la scrivo nero su bianco. Basta un niente e mi ritrovo a cliccare su invio, tremando e sudando per l’agitazione. Mi è già successo, so come va a finire. Per una volta lascio agire la testa e faccio in modo che, una volta tanto, lo stomaco tenga per sé i suoi pensieri.
Tanto non era nient’altro che undici caratteri, due parole. Cosa vuoi che gliene freghi?

E quanto ci fa male la delicatezza che ci usiamo per non farci male
Afterhours – L’inutilità della puntualità

[E, visto che ci sono, clicco su “pubblica” anche questa volta. E, alla fine, di caratteri ne ho scritti 2.809, spazi esclusi]

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