cosa resterà di questo 2011

Gennaio

Gennaio. Avrei potuto benissimo prevedere parte dell’andamento di questo 2011 dai primi minuti dopo lo scoccare della mezzanotte dello scorso Capodanno: dopo il botto del tappo dello spumante e le scintille accese per l’arrivo dell’anno nuovo, ci siam seduti attorno al tavolo e abbiamo deciso di giocare a Risiko. Non c’avevo mai giocato prima e non c’ho giocato neanche quella sera. Non ricordo perché ma, alla fine, dopo aver steso il cartellone e mischiato le carte, quando è arrivato il momento di iniziare a giocare, abbiam deciso che no, niente Risiko. Meglio metter tutto a posto e affidarsi ai colori ed ai numeri di Uno. E così, mi son ritrovata a non giocare ad un gioco, per il quale era stato tutto predisposto e di cui, sino a quel momento, non conoscevo le regole. Avrei dovuto capire allora come sarebbe andato quest’anno dispari che finirà tra qualche ora. Finalmente, aggiungerei.

Febbraio

Febbraio. Citano’ col suo mare di inverno, i volti sconosciuti, la timidezza che la fa da padrona e il vino rosso che cerca di contrastarla. E poi Bologna coi suoi portici, le risate, i brindisi, il mio equilibrio instabile seppur da sobria, quel verso di Capossela cantato in continuazione, il debutto con vestito molto corto e, soprattutto, la neve. Saltare fuori dal piumone per correre alla finestra per vedere i fiocchi di neve cadere giù dal cielo e, tra le altrui imprecazioni, esserne l’unica felice. Anche se è durato poco; perché le cose belle durano poco, così mi hann detto.

Marzo

Marzo. Ritornare a leggere con continuità, lasciandosi coinvolgere totalmente dalle storie, che, per un motivo o per un altro, mi lasciano lo stomaco attorcigliato. Fante, il suo Arturo Bandini e quel Fa’ finta che io sia lei che mi fanno incazzare talmente tanto al punto da voler entrare nel libro per tirar due ceffoni qua e là. La voglia di tornar a scrivere lettere a mano e le belle parole di Handwritingme, che colorano una giornata iniziata male. La primavera ed il suo arrivo col botto: un 21 marzo passato in preda ai brividi ed a non meglio identificati disturbi intestinali. Il desiderio di una casa in riva al mare. Il biglietto per Campovolo.

Aprile

Aprile. Un’avventura lavorativa che finisce dopo mesi estenuanti. Le giornate che iniziano ad allungarsi e a riscaldarsi. Tornare a far visita al mio mare, di cui sentivo la mancanza e la necessità. Pensare che sarebbe bello essere un soffione che, al primo colpo di vento, vola via, frantumandosi in mille pezzetti e finendo chissà dove. La distrazione che prende sempre più piede.

Maggio

Maggio. Sentirsi come un puzzle che ha perso buona parte dei tasselli da cui è composto e non sapere dove andare per recuperarli.  Voglia di scappare via. Accorgersi di aver perso tempo (e occasioni) per stare appresso a qualcosa che sembrava alba ma non lo era. L’atletica e i suoi uomini volanti. La sensazione di vivere in una serie tv scritta male.

Giugno

Giugno. Il mare. L’amato Ionio col brutto tempo e l’acqua fredda, che non permettono di inaugurare i bagni estivi. L’Adriatico, che conferma la sua bruttezza e che, percependo il mio astio, tenta addirittura di affogarmi. Di nuovo Citano’, col suo mare, le facce sconosciute che non lo sono più tanto, il maialino come unità di misura per l’emozione, la schiena bruciacchiata e i movimenti rallentati. Sentirsi come quegli sport che vengono visti solo se c’è un italiano che gareggia in finale, durante i caldi e afosi pomeriggi estivi. I Mondiali di Beachvolley, con la sabbia, i suoi campioni ma senza il mare. Un braccialetto dei desideri che si rompe dopo un po’ di anni.Luglio

Luglio. La musica dal vivo.  I concerti dove fare i conti all’improvviso con l’Imbarazzo con la I maiuscola. Quelli, attesi da mesi, goduti a metà perché i pensieri portano altrove. Quelli dove urlare “vaffanculo” a piena voce e quelli dove la pioggia – provvidenziale- camuffa repentinamente una delusione improvvisa (anche se, forse, attesa). Un pezzo di vita portato via da uno sconosciuto, assieme al portafogli, al telefonino ed alle chiavi di casa. Una fame riaccesa. I saluti non fatti e quelli difficili da fare, soprattutto perché a medio-lungo termine. Affrontare silenzi improvvisi, non voluti e, in quel momento, incomprensibili. Rendersi conto che forse ho smesso di avere desideri perché mi son rotta del fatto che vadano a finire sempre in mani e vite altrui.AgostoAgosto. I capelli e i vestiti che diventano sempre più corti. I silenzi. Chiedere – invano – al mare un aiuto per lasciar correre, per dimenticare. Le unghie che crescono. I libri di viaggi e Siranò. Pensare seriamente a Parigi. Le notti insonni, i pensieri costanti e i ricordi che si palesano all’improvviso. Nitidi, vividi, pronti a pugnalare lo stomaco. Lecce e la sua piazza che mi riempie ogni volta di emozione. L’attesa di settembre.SettembreSettembre. Lasciare il mare e tornare acciaccata nell’eterna città. Una sciarpa nuova per affrontare l’autunno. Ricominciare a scrivere, perdersi tra le parole ma non veder l’ora di metter la parola“fine”. La mente distratta dai tormenti dello stomaco. L’irrazionalità che ormai ha preso il sopravvento e capire che, in fondo, l’irrazionalità stessa è già una risposta. Dare sfogo alle proprie sensazioni ed ai propri pensieri. Rendersi conto che, se qualcuno ha voglia di vederti, il modo lo trova, nonostante tutto; deve solo volerlo. Un abbraccio davanti ad  una candelina in una borsa, un bicchiere mezzo vuoto di mojito e una coppetta piena di noccioli di olive; un abbraccio sincero, come tra persone che si conoscono da un sacco di tempo.OttobreOttobre. Cartine della metropolitana parigina che si mescolano ai libri per la tesi. Il sogno parigino che a poco a poco prende forma. Distrarsi. Agire di istinto e, nonostante ansia, tachicardia e agitazioni varie, cliccare su invia. Ricevere una risposta che in qualche modo suona come nonmiinteressiepoistoconunaltra. I pranzi improvvisati, De Gregori nelle orecchie mentre attraverso una Roma semideserta. Pensare che sia stato tutto inutile. I primi freddi che arrivano e arrendersi alle maniche lunghe. Quelle parole che rimbalzano nella testa.  Non pensarci. Sentire la mancanza di chi si è trasferito: le chiacchierate al telefono non sono la stessa cosa di una cena ed una bottiglia di vino.NovembreNovembre. Non pensarci. Un biglietto per Parigi nella casella mail e un posto dove dormire. Distrarsi. Iniziare a stilare elenchi delle cose da fare una volta lì. Accorgersi che non è così facile eliminare una persona dalla propria vita e dai propri pensieri. Il fondotinta ed il correttore diventano i miei migliori amici e nascondono i segni delle notti insonni. Eliminare tutte le parole e tutte le note che possano far male. Iniziare ad ascoltare soltanto Caparezza; ascoltarlo talmente tanto da arrivare a sognarlo mentre, auscultandomi il cuore, che batte a 25mila battiti al minuto, mi dice che devo amare di più me stessa – se non son sogni strambi, è inutile farli. Non pensarci. DicembreDicembre. Comprare una guida per Parigi e iniziare a scarabocchiarla. Segnare le cose da fare assolutamente. Non pensarci. Imparare a scrivere Montmartre correttamente. Dimenticarsi a volte di come si faccia a respirare. Consegnare dei regali di Natale con soli 364 giorni di ritardo. Il freddo, quello vero, che arriva. Finalmente; almeno questo freddo che sento dentro è giustificato, in qualche modo. Accorgersi che, durante quest’anno, io e la mia piccola Lumix non ci siamo frequentate abbastanza. Comprare un cappello per affrontare quest’inverno che, a quanto pare, sarà durissimo.

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