Dear me

Carissima me,
Scrivi una bella lettera d’amore a te stesso – suggerisce Brezny nei suoi compiti per tutti. Una lettera d’amore. No, dico, ma è impazzito? E poi come si scrive una lettera d’amore? Come fai a sapere quali sono le parole giuste da usare? O è sufficiente riempire il foglio disegnando cuoricini con una penna rossa? Magari anche trafitti. E poi, lo scriverti una lettera d’amore presuppone che io sia innamorata di te e qui sorge un ulteriore problema. Cos’è che vuol dire essere innamorata? Io non lo so mica. Secondo il dizionario, la parola innamorato indica qualcuno “che nutre amore o che è preso d’amore per una persona: indica sempre un sentimento d’amore intenso, che può essere incipiente, e perciò più vivo e tormentoso […] oppure già da tempo radicato e perciò, se corrisposto, più sereno […]; può indicare anche affetto e attaccamento particolarmente vivi[…]; con altro senso, essere i. di sé, avere un eccessivo e vano compiacimento di sé stesso, delle proprie doti intellettuali o fisiche, vere o presunte. Per estens., che ha grande passione, trasporto, simpatia per qualche cosa”. Le idee mi si confondono maggiormente e dovrei anche interrogarlo sul significato della parola amore  e di tutto ciò di inesistente e di astratto che è ad essa collegato e non mi pare il caso. Quindi, carissima me, facciamo che ti scrivo solo una lettera, magari di pancia. Una lettera di pancia sì, ne ho già scritte di questo tipo: la butto giù di getto come quando lascio sfogare lo stomaco e gli permetto di esprimere, con parole imprecise, incomprensibili, sbagliate ed insicure e con una forma pessima, le sue sensazioni. Una lettera di pancia per dirti tutto quello che mi passa per la testa (e per lo stomaco), le cose che mi fanno incazzare e quelle che forse sarebbe meglio sistemare.
Son trent’anni che ci frequentiamo assiduamente, 365 giorni all’anno (366 negli anni bisestili), 24 ore al giorno, e, ancora adesso, non è che noi due abbiam capito tantissimo l’una dell’altra e non è che andiamo sempre d’amore e d’accordo. Quasi mai, direi. Ci sono dei momenti in cui non ti sopporto, momenti in cui non vorrei essere te. Ti rendi conto di quanto la tua timidezza, il tuo essere introversa, il tuo imbarazzo, il tuo rimanere dietro ad un vetro – per dirla con le parole di Guido Laremi – ci abbian rovinato la vita? Di quante potenziali occasioni o semplici opportunità ci abbian tolto? Scappare per non dover affrontare ciò che ci spaventa o ci imbarazza o ci preoccupa non è la soluzione, l’ho imparato a mie nostre spese. Cosa ce ne facciamo ora di tutti gli avrei voluto e gli avrei potuto che abbiamo riposto meticolasamente nel cassetto dei rimpianti? Non son buoni neanche per rinvigorire il fuoco in quest’inverno tra i più gelidi di sempre. Per non parlare poi di quando ti impunti, ti intrappoli in labirinti di testardaggine e fissazione e non riesci ad uscirne fuori. La vita non è la presentazione lunghissima in flash di un sito, non c’è nessun tasto skip intro su cui cliccare. O almeno così ti pare e, volente o nolente, ti ritrovi a far i conti con sensazioni e pensieri da cui non ti riesci a liberare. Forse sarebbe ora di imparare da quelli bravi a non rimanere invischiati in tal modo, a non farsi coinvolger così tanto, ad eliminare sensazioni, sentimenti e pensieri in un batter d’occhio, nell’istante stesso in smettono di aver una ragion d’essere, liberandosi quindi di fantasmi e ombre (perché è questo che – spiace dirlo – sono), che probabilmente non meriterebbero neanche 1/100 di tutto ciò. Sì, lo so che non vuoi ma, credimi, sarebbe meglio.
Sai, carissima me, il tuo stomaco dovrebbe smettere di tormentarsi così tanto e di continuare a influenzarti con la sua irrazionalità e la sua irruenza,: il tuo cervello dovrebbe non pescare più dalla memoria quei ricordi che aveva sinora tenuti nascosti, facendoli riafforare non senza conseguenze, non distrarsi più nella costruzione di castelli in aria, che hanno per fondamenta tutti i condizionali che non portano da nessuna parte e canzoni bellissime che fanno male, ma concentrarsi su ciò che ora è veramente importante. Il tuo corpo, alla cui trasformazione degli ultimi mesi non siamo ancora del tutto abituate, dovrebbe alzare la voce per far sentire meglio ciò che vuole e rompere le mura innalzate dalla mente. La tua bocca e i tuoi occhi dovrebbero smettere di inscenare una smorfia nel momento in cui son nel mirino di una macchina fotografica.
No, questa lettera di pancia non è un’unica e grande ramanzina perché ogni tanto – non si direbbe –  mi piaci. Quando ti emozioni davanti al mare, dopo tanto che non lo vedi, ad esempio, con gli occhi che si riempiono di tutto quel blu e con i respiri a polmoni larghi; o quando riconosci il suo profumo nei posti disparati, anche laddove il mare non c’è, e ti riempi inspiegabilmente di gioia. E che dire di quando ti immergi tra le pagine di un libro, completamente rapita dalle sue parole e dai suoi intrecci, arrivando alla fine con lo stomaco spettinato dalle emozioni? Forse non dovrei dirtelo ma amo tanto anche quei tuoi piccoli momenti di impulsività – non tanti eh, non sia mai che viviamo – che ti portano a metter in tavola le tue carte, magari in maniera brusca e sbagliata, nel tentativo di partecipare, nel tentativo di vivere. Anche se con risultati inutili. Ricorda, però, son sempre passettini; sono ancora troppo piccoli.
E’ notte fonda ormai e la mia nostra insonnia sta per avere la meglio anche oggi. Così come la nostra maledetta logorrea. Di parole credo di avertene scritte tante, anche troppe. E’ arrivato il momento di salutarti, carissima me. E ricorda, ogni tanto, sorridi un po’ di più ed inizia a volerti un po’ di bene. Te l’ha detto anche Caparezza.

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