Anche se (m)i fa male

Anche se (m)i fa male
Afterhours, Roma 7 giugno 2012

Una data. L’attesa e la sua ansia. E’un po’come tornare sul luogo del delitto, pensi; anche se poi luogo del delitto non è. Aspettare un concerto all’aperto e vederselo spostare al chiuso. A giugno. Prepararsi alla sauna come la prima volta, quel maggio di quattro anni fa quando – non si sa bene come – ci ritrovammo nella calca della seconda fila, con armadi sconosciuti che ci proteggevano dal pogo. Questa volta nessuno mi chiede se son emozionata; anche se la risposta la so e il concerto non c’entra nulla o quasi.
La puntualità nel ritardo. Arrivare quando le prime note degli Afghan Whigs iniziano a diffondersi in quel posto che – dice – è una discoteca. Vedi? C’è la palla strobo.  Sarà, ma, vedendo quella palla, mi aspetto che esca Raffaella(Carrà) e non Manuel(Agnelli). Le pause. La voglia di vederti, aver paura di guardarsi intorno e lo sguardo (quasi sempre) fisso a terra. Gli autoscatti da ragazzemyspace. Guardarsi intorno e formulare la prima regola dei live degli Afterhours: se sei un ragazzo, non puoi non avere la barba.
Le luci si spengono e il concerto inizia. Se è libertà. Le mani, per la prima volta senza macchina fotografica, le gambe e la voce pronti a lasciarsi andare ed ascoltare quelle canzoni che, da mesi, non riesci ad ascoltare senza rimanere impassibile, senza avere la tentazione di premere il tasto skip o di spegnere del tutto. Grazie per essere venuti in questo posto di merda, un bel modo di iniziare un concerto – probabilmente Manuel non apprezza la strobo. Il microfono roteante mentre il pubblico urla laveritàchericordavo. Sono san(a) così? No che non lo sono,  lo so e, riflettendoci, so anche il perché.
Le vecchie canzoni e la voce esce più forte che può. Dell’Era, il suo basso suonato con l’archetto e la sua cravatta piena di pailletes. I grazie. Padania sembra sempre più assomigliante  a Backforgood. Wantyoubackfwantyoubackforgoodwantyoubackforgood. E no, non c’è nessuno che bacccka. Rodrigo e il suo violino. I deboli muoiono e i visi si abbassano aspettando il colpo che ci avrebbe steso. Le mani che battono sempre più forte per quell’invito a fare un giro dentro di me o quel fuoco si consumerà da sè. La confusione tra le due voci. Le piccole iene, loro ci son sempre, solo se conviene però; con quell’uccidimanonvuoimorire che aveva già iniziato a rimbalzarti in testa da prima, su quell’afoso vagone della metro B .
Cantare per intero quella canzone che ascolti in loop da settimane ormai; quella canzone che ogni volta è una pugnalata al cuore e allo stomaco e che temevi di ascoltare per paura di eventuali diluvi lacrimali. Stupirsi doppiamente: nessun buco di memoria per il testo  e nessuna lacrima sul tuo viso. Forse non fa più male o forse, semplicemente, sei troppo impegnata a sudare per sprecare altri liquidi per piangere. Urlare quelle parole come se fossero una formula magica, un incantesimo da recitare a voce alta per distruggere (e liberarsi da) tutto quello che non c’è. Ti maledici perché sei diverso ma non puoi sceglier come sei e ti appartiene anche se ti fa male, tu lo sai che lo rivuoi.
Le uscite dal palco e i continui rientri. La pelle che non c’è, gli occhietti spenti e i congegni che non si spengono da sè. I capelli di Manuel che Guarda come son belli. Le primavere son un incubo, la  razionalitàrazionalitàstocazzo e itroppotarditroppotardiehgià. Aspettare (invano) Bianca per pensare a quella voce amica, lontana chilometri, perchè è meglio pensare a te e ridere senza motivo che piangere per inesistenti metodi che vorrei fossero miei. L’inconfondibile refrain di baibaibombei, cantare fino a sentir la voce andar via e il pubblico che non esplode come avresti immaginato. Niente pogo questa volta oppure eravamo nel settore anzyanipocoscalmanati.
E infine lei, la canzone più temuta, quella che ancora non riesci ad ascoltare per intero, quella che è meglio mandare avanti per evitare scompensi. La canzone più attesa. Lei e le sue foto di pura gioia, di bambini e di pistole. Lei e il suo gusto perso. Lei e la sua alba che sembra alba ma non è. Lei e le scelte, il controllo, le ali nere e i mantelli da rivolere. Lei e le sue foglie da curare nonostante gli alberi morti. Lei e tutto quello che sembra ma non è, tutto quello che non c’è. Lei e il mio modo vigliacco di restare, sperando che ci sia quello che non c’è. E no, non c’è nessun tasto da schiacciare per passare avanti alla canzone successiva. Non ti resta altro che cantarla assieme a tutti gli altri, con gli occhi chiusi o rivolti verso il soffitto, come se non ci fosse nessun altro. Solo tu e lei. Le luci si riaccendono per l’ultima falsa fine e non puoi far altro che ripetere il mio modo vigliacco di restare, sperando che ci sia quello che non c’è, mentre gli occhi si inumidiscono un po’.
Le notti nerocristallo passate a sceglier le carte che giocheresti, le domande da maledire, i pensieri superficiali per avere una pelle splendida e il desiderio di finali che non faccian male, coi cuori sporchi e le mani lavate. I saluti finali.
Il ritorno verso casa (anche se casa non è) , le strade deserte e il tragitto che sembra più corto. Gli occhi lucidi e la matita nera che cola sulle guance non più rosse, mentre, dall’autoradio, qualcuno – neanche a farlo apposta – continua a cantare non piangere perché poi lo digerirai. Le lacrime che continuano a scendere senza sosta e senza alcuna intenzione di smettere, nonostante BritneySpears e le leggi matematiche, pescate fuori chissà da dove. La delusione e la consapevolezza che avrei voluto incontrarti invece sono qui a desiderar di tornare a 11 mesi (e un giorno, per la precisione; come ricordo le date inutili io, nessuno mai) fa e non scappare perché io da quella sera mica lo so se so più respirare. Sentirsi come quando la scritta GAME OVER lampeggia insistentemente sullo schermo, proprio nel momento in cui stai iniziando a divertirti.
Niente che sia mio anche se (m)i fa male.

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