“Non ci si improvvisa magri” (cit.)

Sottotitolo: risposta semiseria per tutte quelle volte in cui mi han chiesto e mi chiederanno “Ma che ti è successo?”

Delle analisi del sangue e dei valori fuori dal normale, ha tutto inizio così. Una telefonata, un forse bisogna fare altre analisi, che fa apparire all’orizzonte non meglio identificati ospedali e che, detto a una che non è che li aml tanto – basti pensare che la penultima volta che c’è stata è stata secoli fa, per trovare suo nonno, e, ad un certo punto, l’infermiera ha dovuto darle acqua e zucchero perché ridotta peggio di un cencio bianco –, fa partire immediatamente l’operazione Mangia meglio, salva quel povero fegato. Operazione condotta in maniera talebana: niente fritti, niente affettati (tranne la bresaola), poco olio, niente dolci e cose simili, niente alcol (ma neanche un goccio di vino rosso per colorare l’acqua). Da marzo ad agosto, eccezion fatta per due particolari fine settimana di maggio ché non puoi non brindare o essere sobria all’addio al celibato e al matrimonio di una delle tue migliori amiche. E’ vietato da qualsiasi legge di qualsiasi ordinamento, ne son certa. L’operazione raggiunge i risultati sperati – anche perché altrimenti sai che fregatura? – coi valori che ritornano nella norma e con un’ecografia che rivela che il fegato non è mai stato meglio di così. Intanto, però, è iniziato quel percorso che, in due anni, tra ansie varie, stomaci chiusi, il caldo, una diminuzione quasi inconsapevole delle porzioni e una preferenza per l’andare a piedi invece che prendere bus con la gente accalcata, ha portato a poco a poco la bilancia a segnare (ormai) una quindicina di chili in meno.
Il corpo si trasforma. I jeans e le gonne diventano grandi, iniziano a cadere. Le taglie diminuiscono. Ritrovarsi nel camerino di un negozio a provare dei vestiti taglia 44 (se non addirittura 42) e trovarlo ancora adesso strano, stupendosi ogni volta di riuscire a entrarci. Si accorcia la lunghezza delle gonne e si scoprono le gambe. La prima minigonna comprata a pochi mesi dai trent..coff..vent’anni, e poi un’altra e un’altra ancora. Sentirsi bene, aver voglia di curarsi un po’di più, per nessuno se non per se stessi. Iniziare a truccarsi e comprare il primo paio di decolleté nere e lasciarle lì nella loro scatola, indossandole solo a Carnevale perché avrai pure perso dei chili ma la SusanMayerite scorre ancora potente dentro di te. Alcune rotondità rimangono, altre se ne vanno. Abituarsi a quelle mancanze, sopperire ad esse con degli astuti trucchetti femminili. Rispondere, anche un po’scocciata, che no, non sei a dieta, che sì, mangi, eccome se mangi, non seguendo neanche quella che è una sana e corretta alimentazione; anche perché il richiamo della pizza bianca, delle patatine fritte, della cioccolata (fondente), del crudo, del mojito, del cibo che lascia unto la carta in cui è avvolto  e di tutto il resto è troppo forte per riuscire ad ignorarlo – inutile sottolineare che la condotta talebana dei primi mesi è durata soltanto sino a quell’11 agosto in cui le analisi hanno detto «Strafocati (e ubriacati)pure!».  Voler aggiungere, senza poi farlo, che quei chili non sono andati completamente persi perché, in realtà, rimangono nascosti dentro di te, nella tua mente. Rimangono nella timidezza, nelle insicurezze, nell’incredulità nei confronti di complimenti  che pensi siano fatti per gentilezza e a cui ti viene da rispondere in maniera con un Dai, non scherzare, un Ma cosa cavolo stai dicendo? o un Dovresti metterti gli occhiali. Rimangono nei silenzi in compagnia di gente che non conosci e nella perenne sensazione di non sentirsi a proprio agio. Rimangono nei vestiti di tre taglie in più riposti in fondo all’armadio perché tanto, prima o poi, torneranno a prendere possesso del tuo corpo.

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