“Ricordati di amare le piccole cose”

Siamo lì, io e lei, sulla banchina di una delle poche fermate all’aperto della linea B. Un treno è appena passato e ha portato via la maggior parte delle persone che aspettavano con noi, mentre il sole si riflette potente sui binari. Continua ad osservare il display che indica i treni in arrivo e si avvicina chiedendomi informazioni su quella metro tanto strana da quando ci sono due corse e due diversi capolinea, perché lei ha un’età ormai e non riesce a veder bene cosa ci sia scritto su quel display, che, beffardo, indica continuamente la direzione della banchina, senza dirci quand’è che arriverà il prossimo treno. Rebibbia, tre minuti, le dico quando finalmente il testo cambia; a quanto pare il display non prevede nessuna corsa per Conca d’Oro e siam destinate ad aspettare lì un’eternità. Eppure son qui ad aspettare da tanto e nell’altro verso ne son passati tanti. Chissà che fine fanno una volta arrivati a Laurentina?, mi dice.
Dopo qualche minuto, mentre il display in stazione continua ad avvisarci che è in arrivo la corsa per Rebibbia, un treno con su scritto Conca d’Oro si ferma davanti a noi. Indecise sul da farsi, saliamo perché tanto al massimo scendiamo alla prossima fermata e attendiamo il treno successivo. La vocina all’interno del vagone ci rassicura sul capolinea e, dopo esserci sedute una accanto all’altra un po’ per caso e un po’ perché così ci facciamo un pezzo insieme – mi dice contenta -, inizia a parlarmi di lei. Venticinque minuti in cui mi racconta di tutto, della sua vita, del suo non annoiarsi mai e delle giornate che finiscono senza che se ne accorga, della sua casa, che ha ristrutturato a suo gusto perché prima era un  *** – il rumore della metro in stazione copre la sua voce e un po’mi vergogno a chiederle di ripetere (e, infatti, non lo faccio) –, e che, si vede che ne è orgogliosa, piace a tutti quelli che la vedono. Mi parla del suo star bene da sola  –  perché son vedova, mi sussura quasi sottovoce – perché così può godersi la sua casa e fare tutto ciò che le pare, soprattutto ora che è in pensione. Leggere, cantare, ballare e anche far la sua ginnastica; non come prima, quando ancora il figlio abitava con lei e si lamentava per il rumore. Prendendo spunto da un Gesù Cristo enunciato da uno che, al centro del vagone, fa la sua predica in solitaria (ma ad alta voce), mi parla dell’ultimo libro che ha letto, quel Suo Santità di Nuzzi che l’ha fatta un po’ arrabbiare perché sì, son cose  che si sanno ma a leggerle così, nero su bianco, ti fanno ancora più rabbia e che, però, è meno bello di Vaticano SPA. Mi dice che lei non avrebbe voluto essere battezzata – cosa che ha fatto con suo figlio per dargli la libertà di scegliere una volta adulto –  e che, a differenza dei cattolici praticanti che, probabilmente, avendo bisogno di qualcosa in cui credere per andare avanti, credono in Dio, lei crede solo alla vita, allo scorrere del tempo, aggiungendo che il Paradiso non è qualcosa di ultraterreno ma Il Paradiso è questo, il Paradiso è la vita. Nel frattempo, nel mio stomaco, all’udire di quelle parole, si palesa un accenno di senso di colpa per la maniera in cui, ultimamente, paio lasciar scorrere la mia vita, guardandola da lontano, prigioniera come son del mio sentimento – chiamiamolo così, anche se non è che abbia un vero proprio nome, non è che sia così comprensibile da dargli una giusta definizione –, dei miei blocchi e delle mie ansie. Senso di colpa e senso di inferiorità al cospetto di una donna che, pur avendo il doppio della mia età, ha il doppio, se non il triplo, della mia gioia di vivere.
Quando non rimangono che poche fermate rispetto a quella dove devo scendere, mi dice che a lei piace un sacco attaccar bottone con la gente così come ha fatto con me anche se, a volte, incontra dei musoni che mamma mia, che tristezza. Spesso lo sono anch’io, le dico. No, tu no, sei così sorridente!, ribatte senza neanche farmi completare la frase e aggiungendo le sue scuse per avermi dato del tu dal primo istante in cui ci siam parlate. Completamente spiazzata da questa sua risposta, non posso far altro che sorriderle e dirle che dipende anche da chi ci si trova di fronte e con lei vien naturale farlo. Anche se vorrei dirle che no, non sono sempre così sorridente, che, anzi, in questo momento, il sorriso mi pare una delle cose più irragiungibili che possano esserci e che ci sono giorni in cui son in balia completa del piantino, che mi coglie nei luoghi e nei momenti più disparati. Alla fermata dell’autobus, con gli occhiali da sole che, pur essendo giganti, possono fare poco per nascondere il viso rigato; alla scrivania mentre son intenta a scrivere o, di notte, pochi istanti prima di addormentarmi. Vorrei parlarle dei miei ultimi sorrisi: quello intrappolato in una foto scattata in una cafèterie parigina dopo due giorni d’amore con la città stessa; quelli rubati dai bambini che incrocio per strada e che mi contagiano con loro sorriso sgangherato; quelli per i pranzi improvvisati o quelli, lucidi, per le cose belle che accadono alle persone a cui voglio bene. Vorrei dirle tutto questo ma preferisco il silenzio. Le sorrido e mi alzo perché la prossima è la mia fermata.
Mentre sono lì, in piedi accanto a lei, aspettando (dal lato sbagliato) che il treno arrivi in stazione e apra le porte, lei mi prende il braccio dolcemente e, fissandomi negli occhi, mi dice Mi raccomando, ricordati di amare le piccole cose. Le rispondo che lo farò (o ci provo almeno), la ringrazio per la chiacchierata e le auguro una buona giornata, con un po’di tristezza – lo confesso – per doverla già salutare. Un ultimo sorriso prima di correre via dalla porta – ero pur sempre dal lato sbagliato-, sperando che sia solo un arrivederci. Magari ci rincontreremo di nuovo lì, in quella stazione assolata, pronte ad affrontare di nuovo la traversata da Roma Sud a Roma Nord per tornare a casa dopo una serata di birra, musica, risate e amicizia o per andare a pranzo dal proprio figlio. Tanto Roma è piccola e poco popolata, cosa vuoi che ci voglia?

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