Comme une petite madeleine

Come l’effetto di una petite madeleine, ma col tatto al posto del gusto. Tagliavo i pomodorini per farne un’insalata e, all’improvviso, con le mani ricoperte dai semini, una sensazione familiare mi ha riportato a tantissimi anni fa.
Mi ha riportata allo spiazzo accanto a casa al mare di mia zia, davanti alla casetta abbandonata, diventata per tanto tempo il fortino di un gruppetto di bambini, che, lì dentro, passavano ogni pomeriggio delle loro estati, incuranti della sporcizia e dei potenziali pericoli. Mi ha riportata a quelle mattine passate con le mani (e le braccia) calate in un secchio ripieno d’acqua intenta a spremere i pomodori per far uscire tutti i semini in modo che potessero essere pronti per la salsa, da usare poi durante l’inverno.
Da piccola, l’estate durava tre mesi, dal giorno dopo l’ultimo giorno di scuola a pochi giorni prima del suo inizio, e per tre mesi ero lì a due passi dal mare. Io, mia sorella e i miei cugini venivamo sbolognati nella casa al mare degli zii, che abitavano in quell’isolata località marina durante tutto l’anno, non solo d’estate, e, tra alti e bassi, condividevamo un’enorme stanza coi quattro letti e tutte le ore della giornata. Il nonno N. ci preparava le pesche col vino rosso – c’è sempre stato il vino rosso al suo tavolo, solo rosso –, ci faceva bere l’ultimo goccio di caffè (corretto con l’anice) dalla sua tazza e ci insegnava a giocare a poker, passando alla scopa quando ci stufavamo. Ci caricava nella 127 bianca per andare a comprare il pesce nel paese con la torre lì vicino e, al ritorno, si fermava davanti alla spiaggia vicino casa per mandarci al largo a riempire le taniche con l’acqua salata; con cosa volevi lavare le cozze, altrimenti?  Dovevamo aiutare la zia V. e non farla arrabbiare anche perché doveva già occuparsi di nonna C., che, a causa della malattia, era più ragazzina di noi. Lo zio A. aveva sempre le tasche piene di caramelle all’anice, ci chiamava, quasi di nascosto, per regalarci le caramelle o le mille lire e mi definiva la sua principessa perché, non avendo figli suoi, si era affezionato a quella bimbetta che, per i primi due anni della sua vita, ha fatto il pacco postale tra casa sua e quella dei suoi genitori.
Le nostre giornate si svolgevano tutte allo stesso modo. La mattina si andava in spiaggia, si aspettava impazientemente il momento giusto per fare il bagno (sempre e solo due ore dopo la colazione), giocando a bocce – altrimenti non si spiegano le migliaia di foto in cui siamo lì tutti e quattro schierati con le bocce in mano – o a racchettoni, si stava in acqua fin quando non arrivava il momento di andar via. Massimo a mezzogiorno e mezzo si pranzava, ognuno sparecchiava il proprio piatto e poi si dava una mano nelle pulizie. Si andava a letto per il non pisolino pomeridiano in attesa della fine della controra e dell’arrivo delle quattro e mezzo, quando era consentito fare rumore e riunirsi con gli amichetti per giocare. Interi pomeriggi a sfidarsi a pallavolo su campi improvvisatissimi, a far di casette abbandonate e di spiazzi tra gli alberi i propri nascondigli segreti, a giocare a occhidigatto – gioco che ogni volta si concludeva con un ma no, non dovete acchiapparci – e, a volte, anche a preparare imbarazzanti spettacoli da mettere in scena poi sulla scalinata in giardino; alle sette e qualcosa tutti insieme davanti al televisore per vedere l’ultima e entusiasmante puntata de I cavalieri dello Zodiaco. Si cenava e poi si tornava in strada a giocare (a palla avvelenata, a strega comanda-colore e  a lupo mangia-frutta) o a cantare a squarciagola, seduti sul nostro muretto, le canzoni dei cartoni animati.
Ora, l’estate non dura più tre mesi, gli zii A. e V. non ci sono più, così come i nonni C. e N.. Non torno più con piacere nella casa al mare, il nostro muretto e la vecchia casa abbandonata non ci sono più perché qualcuno ci ha costruito sopra e l’anno scorso, per la prima volta, non ho sentito quella spiaggia come mia. Non gioco più a bocce e il massimo della vitalità che mi concedo in spiagga è girare le pagine di un libro, portare una pesca alla bocca o trasportare il materassino sino al mare. Niente più palla avvelenata, strega comanda-colore o lupo mangia-frutta ma altri giochi con regole meno precise e dalle conseguenze più devastanti. Non più ginocchia sbucciate e ricoperte di mercurio cromo – non era estate senza le mie ginocchia colorate di quel caratteristico rosso – ma uno stomaco (e altro) ormai spossati da tutte queste tribolazioni a senso unico.

Articolo successivo
Lascia un commento

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

  • Scrivimi!

    Dubbi? Insulti? Lamentele? Curiosità? Segnalazioni. Scrivi qui: snuggleandsmiles[at]gmail.com
  • Nelle precedenti puntate

  • Categorie

  • Più votati

  • 123

    ViviStats
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: