Paris, la nuit est plus jolie

Capita. Capita che qualcosa inizi a piacerci e non sappiamo neanche cosa l’abbia scaturito. Capita di prendersi una cotta per qualcuno e non si sa quale sia il momento che ha scatenato il tutto. Magari fino al momento prima avevi ignorato il soggetto (o l’oggetto) del tuo interesse o semplicemente non c’avevi fatto caso: basta pensare al mojito ed al nostro rapporto di odio-amore. Capita, semplicemente. Ed è inutile scervellarsi perché tanto il fattore scatenante non affiorerà mai nei ricordi. Io, in questi giorni, c’ho provato ma proprio non ricordo quand’è scoccata la scintilla per Parigi. Proprio non so quand’è nato quest’amore – perché quella per la VilleLumière  non è una semplice cottarella adolescenziale – e non so neanche su cosa si basi visto che non l’ho mai vista, tranne le millemila foto incontrate su libri, riviste,  e i video captati qua e là. Sarà merito della dolcezza e del fascino della sua lingua? O della letteratura francese, dei suoi romanzi e delle loro trasposizione filmiche con Depardieu, pronto a interpretare una volta Cyrano ed una volta Edmond Dantes? O di qualcos’altro? Non lo so. Forse è un amore nato ancor prima del giorno in cui il fato decise che io dovessi studiare il francese alle scuole medie e ancora adesso, è vivo e forte come non mai. Talmente forte che, in una delle tante notti insonni dello scorso agosto, ho deciso che il 27 gennaio 2012 io sarei dovuta essere lì, tra le sue strade, anche al costo di partir da sola. Un’attesa lunga quasi vent’anni è più che sufficiente, direi. Anzi, è addirittura esagerata. Intenta a ballare la mia tarantella all’inazione e senza alcun motivo valido, ho sempre rimandato questo viaggio tanto desiderato; tant’è il commento al mio Vado a Parì più diffuso tra chi mi conosce da una vita non è stato Oh che bello ma Finalmente, pronunciato anche con un tono molto esasperato – ignorano, gli stolti, che quando tornerò il mio parlare di Parigi e la conseguente rottura di scatole potrebbe essere addirittura maggiore.
Il conto alla rovescia è finito e quel 27 gennaio lì è arrivato, assieme alle tante candeline che indicano l’arrivo di una di quelle età-paletto per il sentir comune. Il conto alla rovescia è finito e io scappo a Parigi. Anche se poi torno, nonostante quel Parigi, a me va bene per non tornare in più che Silvestri continua a cantarmi in loop.
Senza la paura di una potenziale delusione e senza la maglia di Materazzi – “se la porti, te la brucio” mi han detto – nello zaino, son pronta a incontrare Parigi. Finalmente.
Non so cosa aspettarmi, non so se riuscirò a farmi capire, non so se incontrerò francesi con la puzza sotto al naso così come me li dipingeva Vencan nelle chiacchiere salentine di qualche anno fa, non so se mi perderò o se sbaglierò fermata (o, peggio ancora, direzione) del metrò, non so un sacco di altre cose. So solo che non vedo l’ora di smettere di dire Paris, j’arrive (peut-être*) per passare finalmente al Paris, je suis arrivée.

*Siccome le cose non vanno mai come vuoi tu, anzi è più facile cambino ancora di più (Silvestri, Le strade di Francia), il fato o chi per lui ha indicato il 27 gennaio come il giorno adatto per uno sciopero di tuttoilmondoconosciutoenon. Quindi “io speriamo che me la parto”, altrimenti son pronta a inventare parolacce e imprecazioni nuove. In francese, ovviamente.

Si vede la luna perfino da qui

Paura del viaggio in aereo – son abituata ad avere la testa tra le nuvole solo metaforicamente, non so se sono pronta ad averla nel vero senso della parola.
Paura di arrivare in ritardo.
Paura di non riuscire a pronunciare neanche un piccolo bonjour e di non riuscire a comunicare quel poco che ci basta per sopravvivere. Un conto è amare una lingua, un conto è parlarla con gli autoctoni, senza uno straccio di erre moscia, sfidando quella sorta di blocco che mi prende ogni volta che devo parlare una lingua straniera e cercando di mischiare il meno possibile termini inglesi con quelli francesi.
Paura di finire in un ristorante ed ordinare delle cervella come Brenda e Donna negli episodi ambientati a Parì.
Paura di non riuscire a staccare del tutto dalle ansie romane, di pensarti all’improvviso o di pensare a quel file che attende, come sempre, le parole su parole che dovrei scrivere.
Paura di non riuscire a viverla con la giusta intensità.
Paura di non riuscire a fotografare.
Paura di non riuscire a vedere abbastanza o di dimenticare qualcosa di fondamentale.
Paura di rimanere delusa –no, non credo che Parigi mi deluda, almeno lei.
Paura di un sacco di cose e, se mi fermassi a ragionarci su, quest’elenco non arriverebbe mai all’elemento conclusivo.
Ho imparato che la paura è sempre accompagnata da un certo grado di eccitazione – e credo che già qualcun altro abbia espresso in maniera molto più elegante questo concetto ma non ricordo la citazione – e, per una volta tanto, ho voglia di azzittire le mie paure, di ignorarle o di far finta che stiano parlando una lingua che non conosco. O al massimo posso portarle a Place de la Concorde e tentare di ghigliottinarle. Forse ci si riesce: com’è che canta il cantante di Correggio? Niente paura, si vede la luna perfino da qui.

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Forse la soluzione a tutto sarebbe cambiare città. Avere altre strade in cui perdersi, altre strade in cui, cartina in borsa, passeggiare col naso all’insù cercando di coglierne tutti i particolari. Vagare cercando di memorizzare informazioni utili per la sopravvivenza, individuando i diversi negozi vicino casa e cercando di capire cosa è possibile trovare. A Roma, non è necessario cambiare città; basta cambiare quartiere. Anche se, anche se..non è così semplice. Meglio una città sconosciuta di cui non so niente, in cui la testa, impegnata com’è nell’immagazzinare le informazioni per non perdersi, per imparare le fermate della metro e i tragitti degli autobus così come ora ricordo a memoria quelli del 649, del 360, del 310 e via dicendo di tutti quei bus che in qualche modo mi hanno portato o mi portano in un posto chiamato casa, non si perde dietro le stupide sciocchezze sentimentali. Tenere la mente impegnata per evitare di pensare ad altro; tenerla impegnata con cose concrete, invece di riempirla di parole ormai stanche, vuote e prive di ogni significato e sensazioni da sottoporre a lobotomia. E la pianificazione dei tre giorni parigini – con l’annessa paura di dimenticare qualcosa e le difficoltà di interpretare delle cartine da lontano – la occupa solo in parte. Qualcosa di più drastico, ecco cosa ci vorrebbe. Per ora, però, non riesco neanche a porre fine all’unica cosa che mi tiene legata a Roma.

Sei

le canzoni che non riesco più ad ascoltare; quelle parole che mi vengono in mente senza bisogno di rileggerle; la vittoria dell’imbarazzo; le confessioni sino ad allora rimaste inespresse; una passeggiata in una domenica assolata; le prese in giro per la mia convinzione dell’onnipresenza del passato tra le strade romane; nei libri che leggo; lo stomaco sottosopra; la favoletta del tantopoipassa che mi racconto per cercare di stare meglio; i sogni che vorrei smettere di fare; le notti insonni; le coincidenze, le dannate coincidenze; quello sguardo in quel momento incomprensibile;  la tachicardia e l’agitazione; statal’ondataperfettaperinfrangerticontrodimeeadessochetuttoèsommersoche
cosarestaeperché?; il nulla, in concreto; il trionfo delle (mie) paure; l’attesa rivelatasi poi inutile; delle mail non inviate; i momenti di orgoglio e gli sticazzi conseguenti;  le sparizioni improvvise; il trionfo della (mia) irrazionalità; un peso ed un vuoto costanti all’altezza dello stomaco; i ricordi che affiorano all’improvviso; il magone; il Gasometro in una giornata di quasi primavera; le cose che poi; il permettermi (erroneamente, inconsapevolmente e involontariamente) di farmi piacere qualcuno; la rabbia per aver fatto vincere la paura e la timidezza; ovunque; le parole che evito;  una distrazione; le (mie) guance rosse; il chiedersi cosa sarebbe successo se; la sconfitta della (mia) razionalità e l’agire in maniera completamente opposta a ciò che sarebbe più sensato fare; un pensiero costante che né il tempo né le botte in testa – involontarie, beata sbadataggine – riescono a mandar via; un brivido in una sera di mezz’estate. Seidiunaltra.

cosa resterà di questo 2011

Gennaio

Gennaio. Avrei potuto benissimo prevedere parte dell’andamento di questo 2011 dai primi minuti dopo lo scoccare della mezzanotte dello scorso Capodanno: dopo il botto del tappo dello spumante e le scintille accese per l’arrivo dell’anno nuovo, ci siam seduti attorno al tavolo e abbiamo deciso di giocare a Risiko. Non c’avevo mai giocato prima e non c’ho giocato neanche quella sera. Non ricordo perché ma, alla fine, dopo aver steso il cartellone e mischiato le carte, quando è arrivato il momento di iniziare a giocare, abbiam deciso che no, niente Risiko. Meglio metter tutto a posto e affidarsi ai colori ed ai numeri di Uno. E così, mi son ritrovata a non giocare ad un gioco, per il quale era stato tutto predisposto e di cui, sino a quel momento, non conoscevo le regole. Avrei dovuto capire allora come sarebbe andato quest’anno dispari che finirà tra qualche ora. Finalmente, aggiungerei.

Febbraio

Febbraio. Citano’ col suo mare di inverno, i volti sconosciuti, la timidezza che la fa da padrona e il vino rosso che cerca di contrastarla. E poi Bologna coi suoi portici, le risate, i brindisi, il mio equilibrio instabile seppur da sobria, quel verso di Capossela cantato in continuazione, il debutto con vestito molto corto e, soprattutto, la neve. Saltare fuori dal piumone per correre alla finestra per vedere i fiocchi di neve cadere giù dal cielo e, tra le altrui imprecazioni, esserne l’unica felice. Anche se è durato poco; perché le cose belle durano poco, così mi hann detto.

Marzo

Marzo. Ritornare a leggere con continuità, lasciandosi coinvolgere totalmente dalle storie, che, per un motivo o per un altro, mi lasciano lo stomaco attorcigliato. Fante, il suo Arturo Bandini e quel Fa’ finta che io sia lei che mi fanno incazzare talmente tanto al punto da voler entrare nel libro per tirar due ceffoni qua e là. La voglia di tornar a scrivere lettere a mano e le belle parole di Handwritingme, che colorano una giornata iniziata male. La primavera ed il suo arrivo col botto: un 21 marzo passato in preda ai brividi ed a non meglio identificati disturbi intestinali. Il desiderio di una casa in riva al mare. Il biglietto per Campovolo.

Aprile

Aprile. Un’avventura lavorativa che finisce dopo mesi estenuanti. Le giornate che iniziano ad allungarsi e a riscaldarsi. Tornare a far visita al mio mare, di cui sentivo la mancanza e la necessità. Pensare che sarebbe bello essere un soffione che, al primo colpo di vento, vola via, frantumandosi in mille pezzetti e finendo chissà dove. La distrazione che prende sempre più piede.

Maggio

Maggio. Sentirsi come un puzzle che ha perso buona parte dei tasselli da cui è composto e non sapere dove andare per recuperarli.  Voglia di scappare via. Accorgersi di aver perso tempo (e occasioni) per stare appresso a qualcosa che sembrava alba ma non lo era. L’atletica e i suoi uomini volanti. La sensazione di vivere in una serie tv scritta male.

Giugno

Giugno. Il mare. L’amato Ionio col brutto tempo e l’acqua fredda, che non permettono di inaugurare i bagni estivi. L’Adriatico, che conferma la sua bruttezza e che, percependo il mio astio, tenta addirittura di affogarmi. Di nuovo Citano’, col suo mare, le facce sconosciute che non lo sono più tanto, il maialino come unità di misura per l’emozione, la schiena bruciacchiata e i movimenti rallentati. Sentirsi come quegli sport che vengono visti solo se c’è un italiano che gareggia in finale, durante i caldi e afosi pomeriggi estivi. I Mondiali di Beachvolley, con la sabbia, i suoi campioni ma senza il mare. Un braccialetto dei desideri che si rompe dopo un po’ di anni.Luglio

Luglio. La musica dal vivo.  I concerti dove fare i conti all’improvviso con l’Imbarazzo con la I maiuscola. Quelli, attesi da mesi, goduti a metà perché i pensieri portano altrove. Quelli dove urlare “vaffanculo” a piena voce e quelli dove la pioggia – provvidenziale- camuffa repentinamente una delusione improvvisa (anche se, forse, attesa). Un pezzo di vita portato via da uno sconosciuto, assieme al portafogli, al telefonino ed alle chiavi di casa. Una fame riaccesa. I saluti non fatti e quelli difficili da fare, soprattutto perché a medio-lungo termine. Affrontare silenzi improvvisi, non voluti e, in quel momento, incomprensibili. Rendersi conto che forse ho smesso di avere desideri perché mi son rotta del fatto che vadano a finire sempre in mani e vite altrui.AgostoAgosto. I capelli e i vestiti che diventano sempre più corti. I silenzi. Chiedere – invano – al mare un aiuto per lasciar correre, per dimenticare. Le unghie che crescono. I libri di viaggi e Siranò. Pensare seriamente a Parigi. Le notti insonni, i pensieri costanti e i ricordi che si palesano all’improvviso. Nitidi, vividi, pronti a pugnalare lo stomaco. Lecce e la sua piazza che mi riempie ogni volta di emozione. L’attesa di settembre.SettembreSettembre. Lasciare il mare e tornare acciaccata nell’eterna città. Una sciarpa nuova per affrontare l’autunno. Ricominciare a scrivere, perdersi tra le parole ma non veder l’ora di metter la parola“fine”. La mente distratta dai tormenti dello stomaco. L’irrazionalità che ormai ha preso il sopravvento e capire che, in fondo, l’irrazionalità stessa è già una risposta. Dare sfogo alle proprie sensazioni ed ai propri pensieri. Rendersi conto che, se qualcuno ha voglia di vederti, il modo lo trova, nonostante tutto; deve solo volerlo. Un abbraccio davanti ad  una candelina in una borsa, un bicchiere mezzo vuoto di mojito e una coppetta piena di noccioli di olive; un abbraccio sincero, come tra persone che si conoscono da un sacco di tempo.OttobreOttobre. Cartine della metropolitana parigina che si mescolano ai libri per la tesi. Il sogno parigino che a poco a poco prende forma. Distrarsi. Agire di istinto e, nonostante ansia, tachicardia e agitazioni varie, cliccare su invia. Ricevere una risposta che in qualche modo suona come nonmiinteressiepoistoconunaltra. I pranzi improvvisati, De Gregori nelle orecchie mentre attraverso una Roma semideserta. Pensare che sia stato tutto inutile. I primi freddi che arrivano e arrendersi alle maniche lunghe. Quelle parole che rimbalzano nella testa.  Non pensarci. Sentire la mancanza di chi si è trasferito: le chiacchierate al telefono non sono la stessa cosa di una cena ed una bottiglia di vino.NovembreNovembre. Non pensarci. Un biglietto per Parigi nella casella mail e un posto dove dormire. Distrarsi. Iniziare a stilare elenchi delle cose da fare una volta lì. Accorgersi che non è così facile eliminare una persona dalla propria vita e dai propri pensieri. Il fondotinta ed il correttore diventano i miei migliori amici e nascondono i segni delle notti insonni. Eliminare tutte le parole e tutte le note che possano far male. Iniziare ad ascoltare soltanto Caparezza; ascoltarlo talmente tanto da arrivare a sognarlo mentre, auscultandomi il cuore, che batte a 25mila battiti al minuto, mi dice che devo amare di più me stessa – se non son sogni strambi, è inutile farli. Non pensarci. DicembreDicembre. Comprare una guida per Parigi e iniziare a scarabocchiarla. Segnare le cose da fare assolutamente. Non pensarci. Imparare a scrivere Montmartre correttamente. Dimenticarsi a volte di come si faccia a respirare. Consegnare dei regali di Natale con soli 364 giorni di ritardo. Il freddo, quello vero, che arriva. Finalmente; almeno questo freddo che sento dentro è giustificato, in qualche modo. Accorgersi che, durante quest’anno, io e la mia piccola Lumix non ci siamo frequentate abbastanza. Comprare un cappello per affrontare quest’inverno che, a quanto pare, sarà durissimo.

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